• REVISORE DEI CONTI

Il Revisore rappresenta un punto di riferimento per la verifica dei conti di Comuni e Province.
La revisione nell’ente locale si è, poco a poco, definita su più livelli: da una vigilanza amministrativa, contabile e gestionale ad una vigilanza sui sistemi di controllo interno, ad uno di proposta sulle materie aventi natura economico-finanziaria; tutte tipologie di funzioni riscontrabili
nel D.Lgs 267/2000.


La funzione di vigilanza amministrativa è delineata dall’art. 239 (comma 1, lett. c ed e), e si esplica con l’accertamento della regolarità della gestione circa la correttezza dei singoli atti amministrativi, la loro fedele annotazione nelle scritture contabili, nonché l’esattezza degli adempimenti sotto l’aspetto fiscale.


Non è da trascurare il compito delle verifiche di cassa (art. 239, comma 1, lett. f) di cui all’art. 223, alla verifica della gestione del servizio di tesoreria (art. 226) e alla verifica degli altri agenti contabili (art. 233), nonché alle verifiche straordinarie a seguito del mutamento della persona del Sindaco di cui all’art. 224.


Sempre nell’ambito dell’art. 239, comma 1, lett. d) viene attribuita al revisore la funzione di vigilanza contabile (con la relazione al rendiconto di gestione e parere al bilancio di previsione e sulle relative successive variazioni); di vigilanza gestionale quando il revisore esprime rilievi, considerazioni e proposte tendenti a conseguire una maggiore efficienza, produttività ed
economicità della gestione, rimanendo pur sempre in ambito della collaborazione – importante sottolinearlo -, non della “consulenza”, come si è spesso erroneamente orientati a considerare l’intervento del revisore. Infatti, per “consulenza” dovrebbe intendersi un supporto propositivo di soluzioni, sostenute da analisi approfondite, relative a problematiche sconosciute, o poco
conosciute, oggetto di scelte strategiche o innovative che l’ente deve intraprendere: ben altra cosa rispetto alla collaborazione per la quale, in assenza di precise normative, ci si può riferire a quanto indicato nella delibera n. 2/1992 della Corte dei conti ( approvazione delle piante organiche e disciplina delle assunzioni; acquisizione ed alienazione di immobili; disciplina generale di tributi, tariffe, contribuzioni, canoni di concessione e prezzi di cessione delle aree fabbricabili e dei fabbricati in regime pubblicistico; approvazione dei piani economico-finanziari e loro variazioni; convenzione con altri enti; concessione a terzi di servizi pubblici; salvaguardia degli equilibri). L’opinione su esposta viene avvalorata anche nel raffronto con un organo aziendale a cui l’organo di revisione viene comunemente equiparato: il collegio sindacale, soprattutto con la chiara definizione dei suoi compiti in seguito alla riforma del diritto societario avvenuta nel 2004. Non si trascuri inoltre il divieto, espressamente imposto ai componenti dell’organo di revisione dall’art. 236 comma 3, di assumere incarichi o consulenze sia presso l’ente locale, sia presso organismi o istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo o vigilanza dello stesso. In tal senso
sembra che il legislatore abbia voluto ben definire e chiarire la dicotomia tra “collaborazione” e“consulenza”.

 

IL PRESENTE “MOVIMENTATO” ED IL FUTURO DELL’ORGANO DI REVISIONE

A questi sufficientemente espliciti compiti dell’organo di revisione, sono intervenuti altri adempimenti che hanno attribuito, al revisore degli enti locali, una configurazione sempre più da “connettore” tra il sistema dei controlli interni e la Corte dei conti, soprattutto attraverso la Legge costituzionale n. 3/2001 che ha soppresso il Coreco, potenziando l’autonomia decisionale interna
dell’ente locale anche attraverso un maggior coinvolgimento dell’organo di revisione all’interno del sistema di controlli e le disposizioni delle Leggi finanziarie degli ultimi anni, che da un lato hanno rafforzato il controllo esterno con specifiche attribuzioni di funzioni di controllo alla Corte dei conti e dall’altra hanno esteso le funzioni dei revisori degli enti locali.


L’intervento più significativo in tal senso, investendo il revisore dei conti del ruolo di “principale attore” nella verifica del patto di stabilità interno, è contenuto nella L. 266/05 (finanziaria 2006) con la quale viene richiesto all’organo di revisione, con gli artt. 166, 167 e 168, di trasmettere alle competenti sezioni regionali della Corte dei conti una relazione sul bilancio di previsione
dell’esercizio di competenza e sul rendiconto del medesimo esercizio. I predetti adempimenti sono integrati con specifiche ulteriori richieste ad opera delle Sezioni Regionali della Corte dei conti, per il tramite – ancora una volta - dell’organo di revisione.
Non si trascurino inoltre i controlli sul personale, richiesti anch’essi esplicitamente, che stanno divenendo sempre più incisivi, sia in fase previsionale che consuntiva, coinvolgendo quindi l’organo di revisione anche nel controllo su uno degli aspetti fondamentali della gestione degli enti locali.


Che cosa dire delle “gravi irregolarità contabili e finanziarie in ordine alle quali l’amministrazione dell’ente non abbia adottato le misure correttive segnalate dall’organo di revisione”, come sopra evidenziato, e delle gravi irregolarità di gestione previste dall’art. 239, comma 1, lett. e), del T.U. ? L'individuazione della casistica delle gravi irregolarità contabili e finanziarie, nonché di quelle di gestione (che potrebbero essere considerate anche irregolarità contabili e finanziarie), in presenza delle quali l'organo di revisione deve riferire immediatamente al Consiglio, è quanto mai complessa e non va inoltre sottovalutata la “diligenza” che il revisore deve osservare nello svolgimento delle sue funzioni; circa quest’ultimo aspetto dispone direttamente l'art. 240 T.U. quando afferma che i revisori adempiono ai loro doveri con la diligenza del mandatario, ossia con la professionalità e la
diligenza richiesti dalla natura dell’incarico (come previsto dall’art. 2407 c.c. per i Sindaci delle Società per azioni). Il criterio della “diligenza” deve sempre guidare i revisori nello svolgimento delle proprie attività e deve orientare gli stessi a effettuare verifiche quanto più approfondite affinché l’espletamento diligente li cauteli dalle responsabilità conseguenti alla verifica di
irregolarità gestionali, indipendentemente dalla loro gravità.


Coordinando le due disposizioni sopra esaminate (obbligo di referto e diligenza richiesta) si può, in linea di principio, affermare che il revisore deve agire in presenza di irregolarità gravi che possono essere rilevate usando la dovuta diligenza. Con ciò si vuol dire che il revisore non può essere imputato di non aver messo a referto fatti gravi realmente accaduti ma dei quali, nell' esercizio delle sue funzioni, “solo” difficilmente avrebbe potuto venirne a conoscenza.

 

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